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Ordine Sovrano e Militare del Tempio di Jerusalem » Priorato Cispadano

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Priorato Cispadano

Il Priore Cispadano - Franco TaraglioDopo un anno di lavoro, secondo il desiderio dei Cavalieri locali, il Priorato Generale d’Italia dell’OSMTJ-OSMTHU ha costituito nell’Agosto 2008, con motu proprio del Priore Generale fr. Raffele Pariante, il Priorato Cispadano ratificando la nomina del Priore fr. Franco Taraglio, Grand’Ufficiale dell’Ordine.

Al cavaliere Taraglio gli auspici di fecondità affinché per intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora del Tempio, e dei nostri Santi Protettori il Priorato Cispadano possa contribuire alla diffusione degli ideali sopiti ispirati dalla regola di san Bernardo.

 

Nella foto: Il Priore Cispadano

 

Consiglio Priorale Cispadano

 

Priore:                 fr. Franco Taraglio, Gran Ufficiale

Guardiano:         fr. Paolo Antonio, Cavaliere Ufficiale

Cancelliere:        fr. Luca Lungo Vaschetto, Cavaliere Ufficiale

Cappellano:       Don Gino Palazziol

 

Protetto: Formazione Postulanti

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La Croce delle Otto Beatitudini e l’alfabeto segreto

Croce delle Otto Beatitudini

Tra le croci simboliche annoverate nel gruppo dei simboli templari, ve n’è una che ha un’importanza particolare, la Croce delle Otto Beatitudini, così chiamata perché presenta otto punte, o cuspidi, nella sua periferia esterna.  Questo simbolo deriva direttamente dall’Ottagono, tracciando alcune delle sue diagonali e dei suoi raggi, e pertanto ne eredita tutta la simbologia associata all’Ottonario. Una delle sue caratteristiche fondamentali è che essa si raddoppia in una croce interna più piccola (si veda, in proposito, anche la successiva figura 2, che riporta le linee di costruzione), formata da quattro triangoli isosceli identici, opposti al vertice, che assumono la forma di una croce patente.

L'Alfabeto segreto dei Templari

Fig. 1 - L’Alfabeto segreto dei Templari

 

È noto che i Templari facessero uso, in alcuni dei loro documenti più delicati, di un alfabeto segreto di 25 lettere (cioè l’alfabeto classico con I = J), ottenute dalla scomposizione degli elementi di questa croce, con l’aggiunta di alcuni punti interni (fig. 1). È ovvio che, dal punto di vista puramente crittografico, un sistema di questo tipo costituisce un cifrario a sostituzione del tipo più semplice, in cui a simbolo uguale corrisponde lettera uguale. Cifrari di questo tipo possono essere rotti semplicemente facendo uso delle frequenze relative delle lettere nella lingua di redazione del documento cifrato, se questa è conosciuta. Vediamo, comunque, nel dettaglio come si ottengono le varie lettere.

Derivazione dell'alfabeto segreto dalla Croce delle Beatitudini

Fig. 2 - Derivazione dell’alfabeto segreto dalla Croce delle Beatitudini

 

Si noterà, esaminando la figura 2 riportata sopra, che le lettere A, B, C, D sono formate dagli angoli retti che limitano l’estremità di ogni braccio della croce grande. Le lettere E, F, G, H sono formate dai quattro triangoli che formano la piccola croce interna. Le lettere I (o J), K, L, M sono formate dai quadrilateri ottenuti completando il tracciato di questa piccola croce con quello dei quattro angoli retti periferici. La lettera N è al centro, ripetuta due volte dall’incrocio delle otto diagonali dell’ottagono regolare che circoscrive la figura. Le altre lettere sono costituite dagli stessi elementi presi però con un ordine un po’ differente e aggiungendovi un punto all’interno. Orientando la croce nel modo su indicato, si nota che le lettere sono state scelte nell’ordine seguente:

Angoli retti periferici senza punto interno

A in alto
B a destra
C in basso
D a sinistra

Angoli retti periferici con punto interno

O in alto
P a destra
Q in basso
R a sinistra

Triangoli senza punto interno

E a sinistra 
F a destra
G in basso
H in alto

Triangoli con punto interno

S in alto
T a destra
U in basso
V a sinistra

Considerando allo stesso modo le altre lettere formate con i quadrilateri definiti come è stato detto prima, si nota che le lettere I o J, K, L, M senza punto interno, corrispondono alle lettere X, Y, W, Z con il punto interno. La figura 2 mostra i gruppi di lettere corrispondenti ad ogni braccio della croce.

Giovanni Paolo II

Ai Vescovi di quattro stati Americani 28.5.1993

2. Non è un’esagerazione affermare che il rapporto dell’ uomo con Dio e la necessità di una «esperienza» religiosa rappresentano il punto cruciale di una profonda crisi che affligge lo spirito umano. Nonostante continui la secolarizzazione di molti aspetti della vita, c’è una nuova esigenza di «spiritualità» come dimostra il sorgere di molti movimenti religiosi e consolatori che tentano di reagire alla crisi di valori nella società occidentale. Questo fermento dell’homo religiosus produce alcuni risultati positivi e costruttivi come la ricerca di un nuovo senso della vita, di una nuova sensibilità ecologica e il desiderio di andare oltre una religiosità fredda e razionalistica.

D’altra parte questo risveglio religioso comporta alcuni elementi molto ambigui che sono incompatibili con la fede cristiana.

Molti di voi hanno scritto Lettere Pastorali sui problemi posti da sette e movimenti pseudo‑religiosi, incluso il cosiddetto «Movimento New Age». Le idee del New Age alcune volte penetrano nella predicazione, nella catechesi, nei seminari di studio e nei ritiri e quindi influenzano anche cattolici praticanti che forse non sono consapevoli dell’incompatibilità di quelle idee con la fede della Chiesa. Nella loro visione sincretistica e immanente, questi movimenti parareligiosi prestano poca attenzione all’Apocalisse e invece tentano di giungere a Dio attraverso conoscenze ed esperienze basate su elementi presi in prestito dalla spiritualità orientale e dalle tecniche psicologiche. Essi tendono a relativizzare la dottrina religiosa a favore di una vaga visione del mondo espressa da un sistema di miti e di simboli esternato con un linguaggio religioso. Inoltre essi spesso propongono un concetto panteistico di Dio che è incompatibile con le Sacre Scritture e con la tradizione cristiana. Essi sostituiscono la responsabilità personale delle proprie azioni di fronte a Dio con un senso del dovere verso il cosmo e in tal modo ribaltano il vero concetto di peccato e il bisogno di redenzione attraverso Cristo.

3. Tuttavia, in mezzo a questa confusione spirituale, i Pastori della Chiesa dovrebbero essere in grado di individuare un’autentica sete di Dio e un intimo e personale rapporto con Lui. In sostanza la ricerca del significato è il meraviglioso bisogno della Verità e della Bontà che hanno il loro fondamento in Dio stesso Creatore di tutto ciò che esiste. Infatti è Dio stesso che risveglia questo desiderio nei cuori delle persone. Il pellegrinaggio spesso silenzioso verso la Verità Vivente il cui Spirito «dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra» (Gaudjum et Spes, n.26) è un «segno dei tempi» che esorta i membri della Chiesa a esaminare la credibilità della loro testimonianza cristiana (cfr. Pastores dabo vobis, n.6). I Pastori devono onestamente chiedersi se hanno prestato sufficiente attenzione alla sete del cuore umano di vera «acqua viva» che solo Cristo nostro Redentore può offrirci (cfr. Gv 4.7‑16). Essi dovrebbero insistere sulla dimensione spirituale della fede, sulla perenne freschezza del messaggio evangelico e sulla sua capacità di trasformare e rinnovare coloro che lo accettano.

San Paolo ci dice che dobbiamo «cercare le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, I). Trascurare la dimensione soprannaturale della vita cristiana equivale a privare di significato il mistero di Cristo e della Chiesa: «Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compian­gere più di tutti gli uomini» (I Coi‑ 15, 19). Tuttavia, è triste il fatto che oggi alcuni cristiani soccombono alla tentazione «di ridurre il cristianesimo ad una sapienza nieramente umana, quasi scienza del buon vivere» (Redemptoris Missio, n. 11). Predicare una versione del cristianesimo che benevolmente ignora, quando addirittura non nega esplicitamente, che la nostra speranza ultima è la «risurrezione del corpo e vita eterna» (Credo apostolico) è contro l’Apocalisse e l’intera tradizione della Chiesa. Sono necessarie una predicazione e una catechesi su temi escatologici per eliminare la confusione riguardo alla vera natura della vita cristiana e all’inesauribile speranza della Chiesa nel suo Signore che è «la risurrezione e la vita» (Gv 11, 25).

4. II Catechismo della Chiesa cattolica offre un riassunto delle verità circa le «ultime cose» che Dio ci ha rivelato in Cristo (nn.988-l065) L’assoluta unicità di ogni persona umana e la morte come fine (11.10 13), il giudizio immediato dell’anima dopo la morte (n. 1022), le preghiere per i defunti nella necessità di purificazione che precede la visione di Dio (on. 1030‑1032), e la triste riflessione sull’esistenza e sull’eternità dell’inferno fanno parte dell’annuncio che obbedisce «di cuore a quell’insegnamento che vi è stato trasmesso» (Riti 6, 17). La «pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso» (Redemptoris Missio, n.5) ci dice che la vita del corpo ha una meta trascendente e che le decisioni e le azioni di questa vita hanno conse­guenze irrevocabili che non possono essere ignorate. Mentre molti preferiscono evitare tali «ultime cose» e alcuni sono tentati di pensare alla salvezza come a un diritto e ad un’ovvia conclusione, la Chiesa deve continuare a ricordare alle persone la grandiosa realtà della libertà umana, il prezzo della salvezza (cfr. I Car 7, 23) e le ricchezze della misericordia divina (cfr. Ef 2, 4). Nel fare questo la Chiesa difende il valore e la dignità di ogni individuo contro tutti i tentativi di degradare l’esistenza umana.

Dominus Iesus

circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, 6.8.2000

2.  La Chiesa, nel corso dei secoli, ha proclamato e testimoniato con fedeltà il Vangelo di Gesù. Al termine del secondo millennio cristiano, però, questa missione è ancora lontana dal suo compimento. È per questo più che mai attuale oggi il grido dell’apostolo Paolo sull’impegno missionario di ogni battezzato: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è una necessità che mi si impone: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9,16). Ciò spiega la particolare attenzione che il Magistero ha dedicato a motivare e a sostenere la missione evangelizzatrice della Chiesa, soprattutto in rapporto alle tradizioni religiose del mondo.3

Prendendo in considerazione i valori che esse testimoniano ed offrono all’umanità, con un approccio aperto e positivo, la Dichiarazione conciliare sulla relazione della Chiesa con le religioni non cristiane afferma: «La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini».4 Proseguendo su questa linea, l’impegno ecclesiale di annunciare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), si avvale oggi anche della pratica del dialogo interreligioso, che certo non sostituisce, ma accompagna la missio ad gentes, per quel «mistero di unità», dal quale « deriva che tutti gli uomini e tutte le donne che sono salvati partecipano, anche se in modo differente, allo stesso mistero di salvezza in Gesù Cristo per mezzo del suo Spirito».5 Tale dialogo, che fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa,6 comporta un atteggiamento di comprensione e un rapporto di conoscenza reciproca e di mutuo arricchimento, nell’obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà.7

4. Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l’unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazareth, l’unità dell’economia del Verbo incarnato e dello Spirito Santo, l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l’inseparabilità, pur nella distinzione, tra il Regno di Dio, Regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell’unica Chiesa di Cristo. “

5. (..) Deve essere (..) fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, il quale è ” la via, la verità e la vita ” (Gv 14,6), si dà la rivelazione della pienezza della verità divina: ” Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare ” (Mt 11,27); ” Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato ” (Gv 1,18); “È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità e voi avete in lui parte alla sua pienezza ” (Col 2,9-10).

7. L’obbedienza della fede comporta l’accoglienza della verità della rivelazione di Cristo, garantita da Dio, che è la Verità stessa: «La fede è innanzi tutto una adesione personale dell’uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l’assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato». La fede, quindi, «dono di Dio» e «virtù soprannaturale da lui infusa», comporta una duplice adesione: a Dio, che rivela, e alla verità da lui rivelata, per la fiducia che si accorda alla persona che l’afferma. Per questo « non dobbiamo credere in nessun altro se non in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».20

(…) Deve essere, quindi, fermamente ritenuta la distinzione tra la fede teologale e la credenza nelle altre religioni. Se la fede è l’accoglienza nella grazia della verità rivelata, “che permette di entrare all’interno del mistero, favorendone la coerente intelligenza”, la credenza nelle altre religioni è quell’insieme di esperienza e di pensiero, che costituiscono i tesori umani di saggezza e di religiosità, che l’uomo nella sua ricerca della verità ha ideato e messo in atto nel suo riferimento al Divino e all’Assoluto. (…)

8. Si avanza anche l’ipotesi circa il valore ispirato dei testi sacri di altre religioni. Certo, bisogna riconoscere come alcuni elementi presenti in essi siano di fatto strumenti, attraverso i quali moltitudini di persone, nel corso dei secoli, hanno potuto e ancora oggi possono alimentare e conservare il loro rapporto religioso con Dio. Per questo, considerando i modi di agire, i precetti e le dottrine delle altre religioni, il Concilio Vaticano II - come è stato sopra ricordato - afferma che, “quantunque in molti punti differiscano da quanto essa [la Chiesa] crede e propone, tuttavia, non raramente riflettono un raggio di quella Verità, che illumina tutti gli uomini”. La tradizione della Chiesa, però, riserva la qualifica di testi ispirati ai libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento, in quanto ispirati dallo Spirito Santo. Raccogliendo questa tradizione, la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione del Concilio Vaticano II insegna: “Infatti la santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, essendo scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo (cf. Gv 20,31; 2 Tm 3,16; 2 Pt 1,19-21; 3,15-16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa”. Tali libri ” insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio in vista della nostra salvezza volle fosse messa per iscritto nelle sacre lettere”.

9. Nella riflessione teologica contemporanea spesso emerge un approccio a Gesù di Nazaret, considerato come una figura storica particolare, finita, rivelatrice del divino in misura non esclusiva, ma complementare ad altre presenze rivelatrici e salvifiche. L’Infinito, l’Assoluto, il Mistero ultimo di Dio si manifesterebbe così all’umanità in tanti modi e in tante figure storiche: Gesù di Nazaret sarebbe una di esse. Più concretamente, egli sarebbe per alcuni uno dei tanti volti che il Logos avrebbe assunto nel corso del tempo per comunicare salvificamente con l’umanità. (…)

10. Queste tesi contrastano profondamente con la fede cristiana. Deve essere, infatti, fermamente creduta la dottrina di fede che proclama che Gesù di Nazaret, figlio di Maria, e solamente lui, è il Figlio e il Verbo del Padre. Il Verbo, che “era in principio presso Dio” (Gv 1,2), è lo stesso ” che si è fatto carne” (Gv 1,14). In Gesù “il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16) ” abita corporalmente tutta la pienezza della divinità ” (Col 2,9). Egli è “il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre” (Gv 1,18), il suo ” Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione [...]. Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,13-14.19-20).”

14. Deve essere, quindi, fermamente creduto come verità di fede cattolica che la volontà salvifica universale di Dio Uno e Trino è offerta e compiuta una volta per sempre nel mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. (…) Risulterebbero (..) contrarie alla fede cristiana e cattolica quelle proposte di soluzione, che prospettassero un agire salvifico di Dio al di fuori dell’unica mediazione di Cristo.

15. (…)In questo senso si può e si deve dire che Gesù Cristo ha un significato e un valore per il genere umano e la sua storia, singolare e unico, a lui solo proprio, esclusivo, universale, assoluto

16. (…) in connessione con l’unicità e l’universalità della mediazione salvifica di Gesù Cristo, deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da lui fondata. Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: ” una sola Chiesa cattolica e apostolica “.

17. Esiste quindi un’unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa Cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui. Le Chiese che, pur non essendo in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica, restano unite ad essa per mezzo di strettissimi vincoli, quali la successione apostolica e la valida Eucaristia, sono vere Chiese particolari. Perciò anche in queste Chiese è presente e operante la Chiesa di Cristo, sebbene manchi la piena comunione con la Chiesa cattolica, in quanto non accettano la dottrina cattolica del Primato che, secondo il volere di Dio, il Vescovo di Roma oggettivamente ha ed esercita su tutta la Chiesa. Invece le comunità ecclesiali che non hanno conservato l’Episcopato valido e la genuina e integra sostanza del mistero eucaristico, non sono Chiese in senso proprio; tuttavia i battezzati in queste comunità sono dal Battesimo incorporati a Cristo e, perciò, sono in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa. Il Battesimo infatti di per sé tende al completo sviluppo della vita in Cristo mediante l’integra professione di fede, l’Eucaristia e la piena comunione nella Chiesa.

18. (…) “non si può disgiungere il Regno dalla Chiesa” (cit. dalla RedMissio)

20. (…) deve essere fermamente creduto che la ” Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo è il mediatore e la via della salvezza; ed egli si rende presente a noi nel suo Corpo che è la Chiesa. Ora Cristo, sottolineando a parole esplicite la necessità della fede e del battesimo (cf. Mc 16,16; Gv 3,5), ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta “. Questa dottrina non va contrapposta alla volontà salvifica universale di Dio (cf. 1 Tm 2,4); perciò ” è necessario tener congiunte queste due verità, cioè la reale possibilità della salvezza in Cristo per tutti gli uomini e la necessità della Chiesa in ordine a tale salvezza “.

(…) sarebbe contrario alla fede cattolica considerare la Chiesa come una via di salvezza accanto a quelle costituite dalle altre religioni, le quali sarebbero complementari alla Chiesa, anzi sostanzialmente equivalenti ad essa, pur se convergenti con questa verso il Regno di Dio escatologico

Certamente, le varie tradizioni religiose contengono e offrono elementi di religiosità, che procedono da Dio, e che fanno parte di “quanto opera lo Spirito nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e nelle religioni”. Di fatto alcune preghiere e alcuni riti delle altre religioni possono assumere un ruolo di preparazione evangelica, in quanto sono occasioni o pedagogie in cui i cuori degli uomini sono stimolati ad aprirsi all’azione di Dio. Ad essi tuttavia non può essere attribuita l’origine divina e l’efficacia salvifica ex opere operato, che è propria dei sacramenti cristiani. D’altronde non si può ignorare che altri riti, in quanto dipendenti da superstizioni o da altri errori (cf. 1 Cor 10,20-21), costituiscono piuttosto un ostacolo per la salvezza

22. (…) La missione ad gentes anche nel dialogo interreligioso ” conserva in pieno, oggi come sempre, la sua validità e necessità “. In effetti, ” Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4): vuole la salvezza di tutti attraverso la conoscenza della verità. La salvezza si trova nella verità. Coloro che obbediscono alla mozione dello Spirito di verità sono già sul cammino della salvezza; ma la Chiesa, alla quale questa verità è stata affidata, deve andare incontro al loro desiderio offrendola loro. Proprio perché crede al disegno universale di salvezza, la Chiesa deve essere missionaria “. Il dialogo perciò, pur facendo parte della missione evangelizzatrice, è solo una delle azioni della Chiesa nella sua missione ad gentes. La parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali né tanto meno a Gesù Cristo, che è Dio stesso fatto Uomo, in confronto con i fondatori delle altre religioni. La Chiesa infatti, guidata dalla carità e dal rispetto della libertà, dev’essere impegnata primariamente ad annunciare a tutti gli uomini la verità, definitivamente rivelata dal Signore, ed a proclamare la necessità della conversione a Gesù Cristo e dell’adesione alla Chiesa attraverso il Battesimo e gli altri sacramenti, per partecipare in modo pieno alla comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. D’altronde la certezza della volontà salvifica universale di Dio non allenta, ma aumenta il dovere e l’urgenza dell’annuncio della salvezza e della conversione al Signore Gesù Cristo.

23. (…) I Padri del Concilio Vaticano II, trattando il tema della vera religione, affermarono: ” Noi crediamo che questa unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica, alla quale il Signore Gesù ha affidato il compito di diffonderla tra tutti gli uomini, dicendo agli apostoli: “Andate dunque, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).

Fides et ratio

di Giovanni Paolo II, 1998

La nostra epoca è stata qualificata da certi pensatori come l’epoca della « post-modernità ». Questo termine, utilizzato non di rado in contesti tra loro molto distanti, designa l’emergere di un insieme di fattori nuovi, che quanto ad estensione ed efficacia si sono rivelati capaci di determinare cambiamenti significativi e durevoli. Così il termine è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni d’ordine estetico, sociale, tecnologico. Successivamente è stato trasferito in ambito filosofico, restando però segnato da una certa ambiguità, sia perché il giudizio su ciò che è qualificato come « post-moderno » è a volte positivo ed a volte negativo, sia perché non vi è consenso sul delicato problema della delimitazione delle varie epoche storiche. Una cosa tuttavia è fuori dubbio: le correnti di pensiero che si richiamano alla post-modernità meritano un’adeguata attenzione. Secondo alcune di esse, infatti, il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, l’uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del provvisorio e del fuggevole. Parecchi autori, nella loro critica demolitrice di ogni certezza, ignorando le necessarie distinzioni, contestano anche le certezze della fede.

Questo nichilismo trova in qualche modo una conferma nella terribile esperienza del male che ha segnato la nostra epoca. Dinanzi alla drammaticità di questa esperienza, l’ottimismo razionalista che vedeva nella storia l’avanzata vittoriosa della ragione, fonte di felicità e di libertà, non ha resistito, al punto che una delle maggiori minacce, in questa fine di secolo, è la tentazione della disperazione.

Resta tuttavia vero che una certa mentalità positivista continua ad accreditare l’illusione che, grazie alle conquiste scientifiche e tecniche, l’uomo, quale demiurgo, possa giungere da solo ad assicurarsi il pieno dominio del suo destino.

92. In quanto intelligenza della Rivelazione, la teologia nelle diverse epoche storiche si è sempre trovata a dover recepire le istanze delle varie culture per poi mediare in esse, con una concettualizzazione coerente, il contenuto della fede. Anche oggi un duplice compito le spetta. Da una parte, infatti, essa deve sviluppare l’impegno che il Concilio Vaticano II, a suo tempo, le ha affidato: rinnovare le proprie metodologie in vista di un servizio più efficace all’evangelizzazione. Come non pensare, in questa prospettiva, alle parole pronunciate dal Sommo Pontefice Giovanni XXIII in apertura del Concilio? Egli disse allora: « E necessario che, aderendo alla viva attesa di quanti amano sinceramente la religione cristiana, cattolica, apostolica, questa dottrina sia più largamente e più profondamente conosciuta, e che gli spiriti ne siano più pienamente istruiti e formati; è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che corrisponda alle esigenze del nostro tempo ». (…)

Credere nella possibilità di conoscere una verità universalmente valida non è minimamente fonte di intolleranza; al contrario, è condizione necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le persone. Solamente a questa condizione è possibile superare le divisioni e percorrere insieme il cammino verso la verità tutta intera, seguendo quei sentieri che solo lo Spirito del Signore risorto conosce. (109) Come l’esigenza di unità si configuri concretamente oggi, in vista dei compiti attuali della teologia, è quanto desidero ora indicare.(…)

Se l’intellectus fidei vuole integrare tutta la ricchezza della tradizione teologica, deve ricorrere alla filosofia dell’essere. Questa dovrà essere in grado di riproporre il problema dell’essere secondo le esigenze e gli apporti di tutta la tradizione filosofica, anche quella più recente, evitando di cadere in sterili ripetizioni di schemi antiquati. La filosofia dell’essere, nel quadro della tradizione metafisica cristiana, è una filosofia dinamica che vede la realtà nelle sue strutture ontologiche, causali e comunicative. Essa trova la sua forza e perennità nel fatto di fondarsi sull’atto stesso dell’essere, che permette l’apertura piena e globale verso tutta la realtà, oltrepassando ogni limite fino a raggiungere Colui che a tutto dona compimento. Nella teologia, che riceve i suoi principi dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza, questa prospettiva trova conferma secondo l’intimo rapporto tra fede e razionalità metafisica. (…)

Insistendo in tal modo sull’importanza e sulle vere dimensioni del pensiero filosofico, la Chiesa promuove insieme sia la difesa della dignità dell’uomo sia l’annuncio del messaggio evangelico. Per tali compiti non vi è oggi, infatti, preparazione più urgente di questa: portare gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere il vero (124) e del loro anelito verso un senso ultimo e definitivo dell’esistenza. Nella prospettiva di queste esigenze profonde, iscritte da Dio nella natura umana, appare anche più chiaro il significato umano e umanizzante della parola di Dio. Grazie alla mediazione di una filosofia divenuta anche vera saggezza, l’uomo contemporaneo giungerà così a riconoscere che egli sarà tanto più uomo quanto più, affidandosi al Vangelo, aprirà se stesso a Cristo.(…)

Argomentando alla luce della ragione e secondo le sue regole, il filosofo cristiano, pur sempre guidato dall’intelligenza ulteriore che gli dà la parola di Dio, può sviluppare una riflessione che sarà comprensibile e sensata anche per chi non afferra ancora la verità piena che la Rivelazione divina manifesta. Tale terreno d’intesa e di dialogo è oggi tanto più importante in quanto i problemi che si pongono con più urgenza all’umanità - si pensi al problema ecologico, al problema della pace o della convivenza delle razze e delle culture - trovano una possibile soluzione alla luce di una chiara e onesta collaborazione dei cristiani con i fedeli di altre religioni e con quanti, pur non condividendo una credenza religiosa, hanno a cuore il rinnovamento dell’umanità. Lo ha affermato il Concilio Vaticano II: « Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora la Sorgente, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere ». Una filosofia, nella quale risplenda anche qualcosa della verità di Cristo, unica risposta definitiva ai problemi dell’uomo, sarà un sostegno efficace per quell’etica vera e insieme planetaria di cui oggi l’umanità ha bisogno.

La sfida delle sette o nuovi movimenti religiosi: un approccio pastorale

Nello sforzo di cercare un denominatore comune, le sette sono state definite come «gruppi religiosi con una distinta visione del mondo che deriva dagli insegnamenti di una grande religione mondiale ma non si identificano con questi insegnamenti». Questa definizione, di tipo fenomenologico, è solo parzialmente corretta. Non sembra comprendere i movimenti che derivano da uno sfondo umanistico, paganizzante o gnostico, movimenti che alcuni sociologi preferiscono chiamare «nuovi movimenti magici». Inoltre, una simile definizione omette ogni giudizio in merito agli insegnamenti, al comportamento morale dei fondatori dei NMR e dei loro seguaci, e alle loro relazioni con la società. La Chiesa, tuttavia, non può astenersi dal giudicare in merito, poiché deve aiutare il fedele ad apprezzare l’abbondanza di vita che Cristo gli offre attraverso la Chiesa (cfr. Gv. 10, 10; 1 Tm. 3, 15), perché questo lo renda capace di stimare il valore delle offerte alternative dei NMR. Dal punto di vista dottrinale, i NMR che operano nelle regioni tradizionalmente cristiane possono essere collocati in quattro categorie a seconda della loro distanza dalla visione cristiana del mondo: quelli che rifiutano la Chiesa, quelli che rifiutano Cristo, quelli che rifiutano il ruolo di Dio (e mantengono ancora un senso generico di religione) e quelli che rifiutano il ruolo della religione (e mantengono un senso del sacro, ma manipolato dall’uomo per poter acquisire potere su altri o sul cosmo).

(…) I NMR di origine protestante provocano diverse reazioni a causa del loro proselitismo aggressivo che denigra la Chiesa cattolica, o anche a causa dei loro programmi espansionistici e del loro utilizzo dei mezzi di comunicazione di massa in un modo che assomiglia ad una commercializzazione della religione.

Malgrado la diversità dei NMR e delle situazioni locali, sorge da tutti loro un principale problema pastorale, che è la vulnerabilità dei fedeli a proposte che sono contrarie alla formazione da loro ricevuta. È triste constatare che in molti casi i fedeli hanno ricevuto una scarsa formazione nelle Sacre Scritture e perciò sono più vulnerabili di fronte alle pressioni dei gruppi fondamentalisti evangelici. Questa è un’indicazione di una linea che un’eventuale risposta pastorale potrebbe seguire.

(…) Che cosa incoraggia il sorgere dei NMR? Perché si sono diffusi rapidamente? Fra le molte ragioni che possono essere date, possiamo scegliere le seguenti. I NMR indicano che vi sono dei bisogni spirituali che non sono stati identificati, oppure che la Chiesa e altre istituzioni religiose non hanno percepito o a cui non hanno saputo rispondere. Sono un sintomo dello stato di crisi, specialmente di persone fragili come i giovani alla ricerca dell’assoluto o di ideali, o gli adulti che sono in crisi nei confronti della loro religione o della società.

I NMR possono nascere o attrarre perché le persone sono alla ricerca di un significato in un periodo di cambiamenti culturali che genera un senso di smarrimento. Forse perché, come in gran parte del mondo occidentale, le persone sono combattute fra l’uniformismo culturale promosso dai mezzi di comunicazione di massa e la dispersione di quegli asserti religiosi o filosofici finora comunemente accettati. Forse perché, come nella maggior parte del cosiddetto Terzo Mondo, la società tradizionale è stata smembrata e l’individuo è confuso e alienato dall’incontro con il mondo moderno dell’urbanizzazione e della tecnologia e con le maggiori religioni mondiali.

(…) I NMR promettono di rispondere all’intenso desiderio della gente di un nutrimento biblico e spirituale. Il cattolico di nome che non partecipa alle pratiche della Chiesa ed è scarsamente alimentato dalla Parola di Dio può essere facilmente bersaglio del proselitismo evangelico delle sette. Si deve comunque aggiungere che molte sette condannano il mondo come malvagio e non credono nella costruzione di una società giusta.

Vi sono persone, per esempio in Africa, che cercano nella religione una risposta e una protezione contro la stregoneria, il fallimento, la sofferenza, la malattia e la morte. Sembra loro che i NMR si confrontino apertamente con questi problemi esistenziali e che promettano rimedi istantanei, specialmente la guarigione fisica e psicologica. Possiamo parlare di uno stato di credulità religiosa, o perfino di una patologia religiosa, o di un tentativo di evadere attraverso la religione dai problemi della vita. Ma non si può mettere in dubbio che ci siano milioni di persone, cristiani compresi, sui quali a questo titolo i NMR esercitano un’attrattiva.

(…) Le sette portano un dinamismo contagioso e un notevole impegno. Dove il genuino insegnamento cattolico sulla salvezza unicamente nel nome di Gesù Cristo, sulla necessità della Chiesa, e sull’urgenza dell’attività missionaria e della conversione viene oscurato, le sette ottengono successo con le loro proposte alternative.

Dove le parrocchie sono troppo vaste e impersonali, i NMR costituiscono piccole comunità nelle quali l’individuo si sente conosciuto, apprezzato, amato ed insignito di un ruolo significativo. Dove i laici, uomini e donne, si sentono emarginati, i NMR assegnano loro ruoli di comando. Dove la sacra liturgia viene celebrata in maniera fredda e abitudinaria, i NMR celebrano servizi religiosi segnati da una folta partecipazione, contraddistinti da grida di alleluia e di Gesù è il Signore, e inframmezzati da frasi scritturali. Dove l’inculturazione attraversa ancora una fase esitante, i NMR si danno una parvenza di gruppi religiosi indigeni che li fa sembrare alla gente radicati localmente. Dove le omelie hanno un carattere intellettuale che passa sopra la testa della gente, i NMR spingono a un impegno personale per Gesù Cristo e a una stretta e letterale adesione alla Bibbia. Dove la Chiesa sembra più presente come un’istituzione segnata dalle strutture e dalla gerarchia, i NMR sottolineano la relazione personale con Dio. Nessuno può dubitare che i NMR mostrino un dinamismo immediatamente evidente.(…)

Negli Stati Uniti d’America sono sorti nel secolo scorso e specialmente negli ultimi quarant’anni. Provengono principalmente dal protestantesimo, ma anche dalle religioni orientali e dalla fusione di elementi religiosi e psicoterapeutici. Dagli Stati Uniti d’America sono stati esportati in America Latina, Sudafrica, Filippine ed Europa. In America Latina i NMR sono per lo più di origine cristiana e generalmente sono aggressivi e negativi nei confronti della Chiesa cattolica della quale spesso denigrano l’apostolato. Gli stessi rilievi possono essere fatti per le Filippine.

In Africa il sorgere dei NMR ha più a che vedere con la crisi politica, culturale e sociale del post-colonialismo, con le questioni dell’inculturazione e con il desiderio africano di guarigione e aiuto per affrontare i problemi della vita. In Asia i NMR di origine locale non sembrano essere la minaccia maggiore in quei paesi in cui il cristianesimo è in minoranza (per esempio il Giappone), eccetto quelli importati dall’Europa e dalle Americhe che attirano le persone, compresi gli intellettuali, con le loro proposte sincretiste ed esoteriche di distensione, pace e illuminazione. Si dovrebbe comunque aggiungere che in Giappone viene arrecato danno all’immagine del cristianesimo attraverso le attività di gruppi cristiani aggressivi. Questo succede perché la maggioranza non cristiana del Giappone non può facilmente distinguere le Chiese principali da queste sette marginali. In Europa la crisi di una società secolarizzata e altamente tecnologica, che soffre per la frammentazione di una cultura che non condivide più gli stessi valori e credenze, favorisce le sette o i NMR che provengono dagli Stati Uniti d’America o dall’Oriente. Il movimento del New Age è particolarmente attivo.(…)

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Gesù Cristo portatore dell’acqua viva

Mistica cristiana e mistica New Age. Per i cristiani la vita spirituale è un rapporto con Dio che gradualmente, attraverso la sua grazia, diviene più profondo e in questo processo illumina anche il nostro rapporto con il prossimo e con l’universo. Spiritualità, in termini New Age, significa sperimentare stati di coscienza dominati da un senso di armonia e fusione con il Tutto. Dunque la « mistica » non si riferisce all’incontro con un Dio trascendente nella pienezza dell’amore, ma all’esperienza scatenata dal rivolgersi a se stessi, da un senso esaltante di essere tutt’uno con l’universo, di lasciare affondare la propria individualità nel grande oceano dell’Essere.

Questa distinzione fondamentale appare chiara a tutti i livelli di confronto tra la mistica cristiana e quella del New Age. La via di purificazione di quest’ultimo si basa sulla consapevolezza del disagio o alienazione, da superare mediante quest’immersione nel Tutto. Per cambiare, bisogna utilizzare tecniche che portino all’esperienza dell’illuminazione. Quest’ultima trasforma la coscienza di una persona e la pone in contatto con la divinità, intesa come l’essenza più profonda della realtà.

Le tecniche e i metodi offerti da questo sistema religioso immanentista, che non concepisce Dio come persona, procedono « dal basso ». Sebbene implichino un’immersione nelle profondità del proprio cuore e della propria anima, costituiscono un’impresa essenzialmente umana da parte di una persona che cerca di ascendere alla divinità mediante le proprie forze. Spesso si tratta di « un’ascesa » a livello di coscienza verso quanto è inteso come una consapevolezza liberatrice del « dio interiore ». Non tutti hanno accesso a queste tecniche, i cui benefici sono ristretti a una « aristocrazia » spirituale privilegiata.

Invece, l’elemento essenziale della fede cristiana è la discesa di Dio fra le creature, in particolare le più umili, deboli e meno dotate secondo i valori del « mondo ». Esistono tecniche spirituali che è utile apprendere, ma Dio è in grado di superarle o di farne a meno. « Il modo cristiano di avvicinarsi a Dio non si fonda su alcuna tecnica nel senso stretto della parola. Ciò contraddirebbe lo spirito d’infanzia richiesto dal Vangelo. La mistica cristiana autentica non ha niente a che vedere con la tecnica: è sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente indegno ».60

Per i cristiani convertirsi significa rivolgersi al Padre, attraverso il Figlio, e con docilità al potere dello Spirito Santo. Più si progredisce nel rapporto con Dio, che è sempre e in ogni modo un dono libero, più diviene impellente il bisogno di abbandonare il peccato, la miopia spirituale e l’infatuazione di sé, tutte cose che impediscono l’abbandonarsi fiducioso a Dio e l’apertura al prossimo.

Tutte le tecniche di meditazione vanno depurate dalla vanità e dalla presunzione. La preghiera cristiana non è un esercizio di auto- contemplazione, di staticità e svuotamento di sé, ma un dialogo d’amore, che « implica un’atteggiamento di conversione, un esodo dall’io verso il Tu di Dio ». Ciò conduce ad arrendersi sempre più alla volontà di Dio, per mezzo della quale siamo invitati a una profonda e autentica solidarietà con i nostri fratelli e le nostre sorelle.

(…) Cristo o Acquario?Il New Age è quasi sempre collegato ad « alternative »: o una visione alternativa della realtà o un modo alternativo (di tipo magico) di migliorare la situazione attuale. Le alternative non offrono due possibilità, ma solo la possibilità di scegliere una cosa piuttosto che un’altra. In campo religioso, il New Age offre un’alternativa all’eredità giudaico-cristiana. Si pensa che l’Età dell’Acquario sostituirà quella dei Pesci, prevalentemente cristiana. I pensatori del New Age ne sono estremamente consapevoli. Alcuni di loro sono convinti che il prossimo mutamento sia inevitabile, mentre altri sono impegnati attivamente affinché ciò avvenga. Chi si chiede se sia possibile credere sia in Cristo sia nell’Acquario sappia che questa è una situazione nella quale o si sta da una parte oppure dall’altra. « Nessun servo può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro » (Lc 16, 13). È sufficiente che i cristiani pensino alla differenza fra i saggi venuti dall’Oriente e il Re Erode per riconoscere gli effetti potenti di una scelta a favore o contro Cristo. Non va mai dimenticato che molti dei movimenti che hanno nutrito il New Age sono esplicitamente anti-cristiani. Il loro atteggiamento nei confronti del cristianesimo non è neutro, è neutralizzante. Nonostante quanto spesso viene detto sull’apertura a tutte le concezioni religiose, il cristianesimo tradizionale non viene considerato un’alternativa accettabile. Infatti, a volte si dice chiaramente che « non c’è posto dove si possa tollerare il vero cristianesimo » e si giustificano anche comportamenti anti-cristiani.89 Inizialmente questa opposizione si limitava agli ambienti rarefatti di quanti andavano oltre un attaccamento superficiale al New Age, ma di recente ha cominciato a permeare tutti i livelli della cultura « alternativa » che esercita un fascino straordinario, soprattutto nelle sofisticate società occidentali.  

Fusione o confusione?Le tradizioni del New Age sfumano consciamente e deliberatamente le differenze reali fra Creatore e creato, umanità e natura, religione e psicologia, realtà soggettiva e realtà oggettiva. L’intenzione ideale è sempre quella di superare lo scandalo della divisione, ma nella teoria New Age si tratta della fusione sistematica di elementi che in generale la cultura occidentale ha nettamente distinti. Non è forse corretto definirli « confusione »? Non è un gioco di parole affermare che il New Age prospera nella confusione. La tradizione cristiana ha sempre valutato il ruolo della ragione nel giustificare la fede e nel comprendere Dio, il mondo e la persona umana. Il New Age ha colto lo stato d’animo di quanti rifiutavano una ragione fredda, calcolatrice, disumana. Sebbene questa sia un’intuizione positiva che ci ricorda la necessità di equilibrio fra tutte le nostre facoltà, non giustifica però l’accantonamento di una facoltà essenziale per una vita pienamente umana. La razionalità ha il vantaggio dell’universalità: essa è liberamente accessibile a chiunque, al contrario della natura misteriosa e affascinante della religione « mistica », gnostica o esoterica. Qualunque cosa alimenti la confusione concettuale o la segretezza va valutata attentamente. Invece di svelarla, nasconde la natura definitiva della realtà. Corrisponde alla perdita post-moderna di fiducia nelle certezze assolute del passato, che spesso porta a rifugiarsi nell’irrazionalità. La sfida consiste nel dimostrare che una sana collaborazione fra fede e ragione migliora la vita umana e incoraggia il rispetto per la creazione.

Crearsi la propria realtà.La diffusa convinzione del New Age che ognuno crei la propria realtà è affascinante, ma illusoria. È cristallizzata nella teoria junghiana per cui l’essere umano è una porta tra il mondo esteriore e quello interiore, di dimensioni infinite, dove ogni persona è Abraxas che crea il proprio mondo o lo distrugge. La stella che brilla in questo infinito mondo interiore è il Dio e la mèta dell’uomo. La conseguenza più grave e problematica dell’accettazione dell’idea che le persone creino la propria realtà è la questione della sofferenza e della morte: persone con gravi impedimenti o malattie incurabili si sentono prese in giro ed umiliate quando viene detto loro che sono state la causa della propria sfortuna e che la loro impossibilità di cambiare le cose è dovuta a una loro debolezza nell’affrontare la vita. Questo è tutt’altro che una questione accademica e ha implicazioni profonde sull’approccio pastorale della Chiesa alle difficili questioni esistenziali di tutti. I nostri limiti sono parte della vita e parte del nostro essere creature. La morte e la privazione lanciano una sfida e offrono un’opportunità, perché la tentazione di rifugiarsi in una rielaborazione occidentalizzata della nozione di reincarnazione è la prova inconfutabile della paura di morire e del desiderio di vivere per sempre. Sfruttiamo al massimo le opportunità che ci vengono offerte per ricordare quanto promesso da Dio nella resurrezione di Gesù Cristo? Quanto è autentica la fede nella resurrezione del corpo che i cristiani proclamano ogni domenica nel Credo? L’idea del New Age secondo la quale, in un certo senso, siamo anche Dei è una questione che merita di essere approfondita. Tutto dipende certamente dalla propria definizione di realtà. A tutti i livelli dell’educazione, della formazione e della predicazione cattoliche è necessario rafforzare un sano approccio all’epistemologia e alla psicologia. È importante cercare costantemente il modo più efficace per parlare di trascendenza. La difficoltà fondamentale di tutto il pensiero New Age è che questa trascendenza è strettamente un’auto-trascendenza da raggiungere attraverso un universo chiuso.

(…) Ricorrendo a un’immagine suggestiva e utile uno degli esponenti del movimento del New Age ha paragonato le religioni tradizionali alle cattedrali e il New Age a una fiera mondiale. Il Movimento del New Age è visto come un invito per i cristiani a portare il messaggio delle cattedrali alla fiera che ora copre il mondo intero. Questa immagine lancia ai cristiani una sfida positiva perché è sempre il momento di portare il messaggio delle cattedrali alla gente della fiera. I cristiani non hanno bisogno, e davvero, non devono aspettare un invito a portare il messaggio della Buona Novella di Gesù Cristo a coloro che cercano risposte alle loro domande, un cibo che li soddisfi, un’acqua viva. Seguendo l’immagine proposta, i cristiani devono uscire dalla cattedrale, nutriti dalla parola e dal sacramento, e portare il Vangelo in ogni aspetto della vita di tutti i giorni. « Andate la messe è molta! ». Nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, il Santo Padre sottolinea il grande interesse per la spiritualità che si trova nel mondo secolarizzato di oggi e come altre religioni stiano rispondendo a questa domanda in maniera allettante: « Noi che abbiamo la grazia di credere in Cristo, Rivelatore del Padre e Salvatore del mondo, abbiamo il dovere di mostrare a quali profondità possa portare il rapporto con lui » (33). A coloro che si aggirano per acquistare nella fiera mondiale delle proposte religiose, il fascino del cristianesimo si farà sentire prima di tutto nella testimonianza dei membri della Chiesa, nella loro fiducia, calma, pazienza e affetto, e nel loro concreto amore per il prossimo, tutti frutti della loro fede nutriti dall’autentica preghiera personale.

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Teologia

PRIMA PARTE

L’UNITÀ DELL’AMORE
NELLA CREAZIONE
E NELLA STORIA DELLA SALVEZZA

Un problema di linguaggio

2. L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi. Al riguardo, ci ostacola innanzitutto un problema di linguaggio. Il termine « amore » è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. Anche se il tema di questa Enciclica si concentra sulla questione della comprensione e della prassi dell’amore nella Sacra Scrittura e nella Tradizione della Chiesa, non possiamo semplicemente prescindere dal significato che questa parola possiede nelle varie culture e nel linguaggio odierno.

Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola « amore »: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono. Sorge allora la domanda: tutte queste forme di amore alla fine si unificano e l’amore, pur in tutta la diversità delle sue manifestazioni, in ultima istanza è uno solo, o invece utilizziamo una medesima parola per indicare realtà totalmente diverse?

« Eros » e « agape » - differenza e unità

3. All’amore tra uomo e donna, che non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo s’impone all’essere umano, l’antica Grecia ha dato il nome di eros. Diciamo già in anticipo che l’Antico Testamento greco usa solo due volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all’amore - eros, philia (amore di amicizia) e agape - gli scritti neotestamentari privilegiano l’ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini. Quanto all’amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell’amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell’amore. Nella critica al cristianesimo che si è sviluppata con crescente radicalità a partire dall’illuminismo, questa novità è stata valutata in modo assolutamente negativo. Il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all’eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio.[1] Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?

4. Ma è veramente così? Il cristianesimo ha davvero distrutto l’eros? Guardiamo al mondo pre- cristiano. I greci - senz’altro in analogia con altre culture - hanno visto nell’eros innanzitutto l’ebbrezza, la sopraffazione della ragione da parte di una « pazzia divina » che strappa l’uomo alla limitatezza della sua esistenza e, in questo essere sconvolto da una potenza divina, gli fa sperimentare la più alta beatitudine. Tutte le altre potenze tra il cielo e la terra appaiono, così, d’importanza secondaria: « Omnia vincit amor », afferma Virgilio nelle Bucoliche - l’amore vince tutto - e aggiunge: « et nos cedamus amori » - cediamo anche noi all’amore.[2] Nelle religioni questo atteggiamento si è tradotto nei culti della fertilità, ai quali appartiene la prostituzione « sacra » che fioriva in molti templi. L’eros venne quindi celebrato come forza divina, come comunione col Divino.

A questa forma di religione, che contrasta come potentissima tentazione con la fede nell’unico Dio, l’Antico Testamento si è opposto con massima fermezza, combattendola come perversione della religiosità. Con ciò però non ha per nulla rifiutato l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros, che qui avviene, lo priva della sua dignità, lo disumanizza. Infatti, nel tempio, le prostitute, che devono donare l’ebbrezza del Divino, non vengono trattate come esseri umani e persone, ma servono soltanto come strumenti per suscitare la « pazzia divina »: in realtà, esse non sono dee, ma persone umane di cui si abusa. Per questo l’eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, « estasi » verso il Divino, ma caduta, degradazione dell’uomo. Così diventa evidente che l’eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all’uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell’esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.

5. Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell’eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l’amore e il Divino esiste una qualche relazione: l’amore promette infinità, eternità - una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall’istinto. Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. Questo non è rifiuto dell’eros, non è il suo « avvelenamento », ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza.

Ciò dipende innanzitutto dalla costituzione dell’essere umano, che è composto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza. L’epicureo Gassendi, scherzando, si rivolgeva a Cartesio col saluto: « O Anima! ». E Cartesio replicava dicendo: « O Carne! ».[3] Ma non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l’uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l’amore - l’eros - può maturare fino alla sua vera grandezza.

Oggi non di rado si rimprovera al cristianesimo del passato di esser stato avversario della corporeità; di fatto, tendenze in questo senso ci sono sempre state. Ma il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro « sesso » diventa merce, una semplice « cosa » che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce. In realtà, questo non è proprio il grande sì dell’uomo al suo corpo. Al contrario, egli ora considera il corpo e la sessualità come la parte soltanto materiale di sé da adoperare e sfruttare con calcolo. Una parte, peraltro, che egli non vede come un ambito della sua libertà, bensì come un qualcosa che, a modo suo, tenta di rendere insieme piacevole ed innocuo. In realtà, ci troviamo di fronte ad una degradazione del corpo umano, che non è più integrato nel tutto della libertà della nostra esistenza, non è più espressione viva della totalità del nostro essere, ma viene come respinto nel campo puramente biologico. L’apparente esaltazione del corpo può ben presto convertirsi in odio verso la corporeità. La fede cristiana, al contrario, ha considerato l’uomo sempre come essere uni-duale, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà. Sì, l’eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.

6. Come dobbiamo configurarci concretamente questo cammino di ascesa e di purificazione? Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell’Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l’amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l’« amore ». Dapprima vi è la parola « dodim » - un plurale che esprime l’amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola « ahabà », che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine di simile suono « agape » che, come abbiamo visto, diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore. In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca.

Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività - « solo quest’unica persona » - e nel senso del « per sempre ». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è « estasi », ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: « Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà » (Lc 17, 33), dice Gesù - una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr Mt 10, 39; 16, 25; Mc 8, 35; Lc 9, 24; Gv 12, 25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana in genere.

7. Le nostre riflessioni, inizialmente piuttosto filosofiche, sull’essenza dell’amore ci hanno ora condotto per interiore dinamica fino alla fede biblica. All’inizio si è posta la questione se i diversi, anzi opposti, significati della parola amore sottintendessero una qualche unità profonda o se invece dovessero restare slegati, l’uno accanto all’altro. Soprattutto, però, è emersa la questione se il messaggio sull’amore, a noi annunciato dalla Bibbia e dalla Tradizione della Chiesa, avesse qualcosa a che fare con la comune esperienza umana dell’amore o non si opponesse piuttosto ad essa. A tal proposito, ci siamo imbattuti nelle due parole fondamentali: eros come termine per significare l’amore « mondano » e agape come espressione per l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato. Le due concezioni vengono spesso contrapposte come amore « ascendente » e amore « discendente ». Vi sono altre classificazioni affini, come per esempio la distinzione tra amore possessivo e amore oblativo (amor concupiscentiae - amor benevolentiae), alla quale a volte viene aggiunto anche l’amore che mira al proprio tornaconto.

Nel dibattito filosofico e teologico queste distinzioni spesso sono state radicalizzate fino al punto di porle tra loro in contrapposizione: tipicamente cristiano sarebbe l’amore discendente, oblativo, l’agape appunto; la cultura non cristiana, invece, soprattutto quella greca, sarebbe caratterizzata dall’amore ascendente, bramoso e possessivo, cioè dall’eros. Se si volesse portare all’estremo questa antitesi, l’essenza del cristianesimo risulterebbe disarticolata dalle fondamentali relazioni vitali dell’esistere umano e costituirebbe un mondo a sé, da ritenere forse ammirevole, ma decisamente tagliato fuori dal complesso dell’esistenza umana. In realtà eros e agape - amore ascendente e amore discendente - non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro. Quanto più ambedue, pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere. Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente - fascinazione per la grande promessa di felicità - nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per » l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l’uomo può - come ci dice il Signore - diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di Dio (cfr Gv 19, 34).

I Padri hanno visto simboleggiata in vari modi, nella narrazione della scala di Giacobbe, questa connessione inscindibile tra ascesa e discesa, tra l’eros che cerca Dio e l’agape che trasmette il dono ricevuto. In quel testo biblico si riferisce che il patriarca Giacobbe in sogno vide, sopra la pietra che gli serviva da guanciale, una scala che giungeva fino al cielo, sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio (cfr Gn 28, 12; Gv 1, 51). Colpisce in modo particolare l’interpretazione che il Papa Gregorio Magno dà di questa visione nella sua Regola pastorale. Il pastore buono, egli dice, deve essere radicato nella contemplazione. Soltanto in questo modo, infatti, gli sarà possibile accogliere le necessità degli altri nel suo intimo, cosicché diventino sue: « per pietatis viscera in se infirmitatem caeterorum transferat ».[4] San Gregorio, in questo contesto, fa riferimento a san Paolo che vien rapito in alto fin nei più grandi misteri di Dio e proprio così, quando ne discende, è in grado di farsi tutto a tutti (cfr 2 Cor 12, 2-4; 1 Cor 9, 22). Inoltre indica l’esempio di Mosè che sempre di nuovo entra nella tenda sacra restando in dialogo con Dio per poter così, a partire da Dio, essere a disposizione del suo popolo. « Dentro [la tenda] rapito in alto mediante la contemplazione, si lascia fuori [della tenda] incalzare dal peso dei sofferenti: intus in contemplationem rapitur, foris infirmantium negotiis urgetur ».[5]

8. Abbiamo così trovato una prima risposta, ancora piuttosto generica, alle due domande suesposte: in fondo l’« amore » è un’unica realtà, seppur con diverse dimensioni; di volta in volta, l’una o l’altra dimensione può emergere maggiormente. Dove però le due dimensioni si distaccano completamente l’una dall’altra, si profila una caricatura o in ogni caso una forma riduttiva dell’amore. E abbiamo anche visto sinteticamente che la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell’originario fenomeno umano che è l’amore, ma accetta tutto l’uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni. Questa novità della fede biblica si manifesta soprattutto in due punti, che meritano di essere sottolineati: l’immagine di Dio e l’immagine dell’uomo.

La novità della fede biblica

9. Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l’immagine di dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria. Nel cammino della fede biblica diventa invece sempre più chiaro ed univoco ciò che la preghiera fondamentale di Israele, lo Shema, riassume nelle parole: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo » (Dt 6, 4). Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. Due fatti in questa precisazione sono singolari: che veramente tutti gli altri dei non sono Dio e che tutta la realtà nella quale viviamo risale a Dio, è creata da Lui. Certamente, l’idea di una creazione esiste anche altrove, ma solo qui risulta assolutamente chiaro che non un dio qualsiasi, ma l’unico vero Dio, Egli stesso, è l’autore dell’intera realtà; essa proviene dalla potenza della sua Parola creatrice. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui « fatta ». E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l’uomo. La potenza divina che Aristotele, al culmine della filosofia greca, cercò di cogliere mediante la riflessione, è sì per ogni essere oggetto del desiderio e dell’amore - come realtà amata questa divinità muove il mondo[6]-, ma essa stessa non ha bisogno di niente e non ama, soltanto viene amata. L’unico Dio in cui Israele crede, invece, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama - con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape.[7]

Soprattutto i profeti Osea ed Ezechiele hanno descritto questa passione di Dio per il suo popolo con ardite immagini erotiche. Il rapporto di Dio con Israele viene illustrato mediante le metafore del fidanzamento e del matrimonio; di conseguenza, l’idolatria è adulterio e prostituzione. Con ciò si accenna concretamente - come abbiamo visto - ai culti della fertilità con il loro abuso dell’eros, ma al contempo viene anche descritto il rapporto di fedeltà tra Israele e il suo Dio. La storia d’amore di Dio con Israele consiste, in profondità, nel fatto che Egli dona la Torah, apre cioè gli occhi a Israele sulla vera natura dell’uomo e gli indica la strada del vero umanesimo. Tale storia consiste nel fatto che l’uomo, vivendo nella fedeltà all’unico Dio, sperimenta se stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia - la gioia in Dio che diventa la sua essenziale felicità: « Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra… Il mio bene è stare vicino a Dio » (Sal 73 [72], 25. 28).

10. L’eros di Dio per l’uomo - come abbiamo detto - è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente, senza alcun merito precedente, ma anche perché è amore che perdona. Soprattutto Osea ci mostra la dimensione dell’agape nell’amore di Dio per l’uomo, che supera di gran lunga l’aspetto della gratuità. Israele ha commesso « adulterio », ha rotto l’Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non uomo: « Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te » (Os 11, 8-9). L’amore appassionato di Dio per il suo popolo - per l’uomo - è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore.

L’aspetto filosofico e storico-religioso da rilevare in questa visione della Bibbia sta nel fatto che, da una parte, ci troviamo di fronte ad un’immagine strettamente metafisica di Dio: Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose - il Logos, la ragione primordiale - è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente così purificato da fondersi con l’agape. Da ciò possiamo comprendere che la ricezione del Cantico dei Cantici nel canone della Sacra Scrittura sia stata spiegata ben presto nel senso che quei canti d’amore descrivono, in fondo, il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio. In questo modo il Cantico dei Cantici è diventato, nella letteratura cristiana come in quella giudaica, una sorgente di conoscenza e di esperienza mistica, in cui si esprime l’essenza della fede biblica: sì, esiste una unificazione dell’uomo con Dio - il sogno originario dell’uomo -, ma questa unificazione non è un fondersi insieme, un affondare nell’oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi - Dio e l’uomo - restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: « Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito », dice san Paolo (1 Cor 6, 17).

11. La prima novità della fede biblica consiste, come abbiamo visto, nell’immagine di Dio; la seconda, con essa essenzialmente connessa, la troviamo nell’immagine dell’uomo. Il racconto biblico della creazione parla della solitudine del primo uomo, Adamo, al quale Dio vuole affiancare un aiuto. Fra tutte le creature, nessuna può essere per l’uomo quell’aiuto di cui ha bisogno, sebbene a tutte le bestie selvatiche e a tutti gli uccelli egli abbia dato un nome, integrandoli così nel contesto della sua vita. Allora, da una costola dell’uomo, Dio plasma la donna. Ora Adamo trova l’aiuto di cui ha bisogno: « Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa » (Gn 2, 23). È possibile vedere sullo sfondo di questo racconto concezioni quali appaiono, per esempio, anche nel mito riferito da Platone, secondo cui l’uomo originariamente era sferico, perché completo in se stesso ed autosufficiente. Ma, come punizione per la sua superbia, venne da Zeus dimezzato, così che ora sempre anela all’altra sua metà ed è in cammino verso di essa per ritrovare la sua interezza.[8] Nel racconto biblico non si parla di punizione; l’idea però che l’uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell’altro la parte integrante per la sua interezza, l’idea cioè che egli solo nella comunione con l’altro sesso possa diventare « completo », è senz’altro presente. E così il racconto biblico si conclude con una profezia su Adamo: « Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24).

Due sono qui gli aspetti importanti: l’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo; Adamo è in ricerca e « abbandona suo padre e sua madre » per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventano « una sola carne ». Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione. All’immagine del Dio monoteistico corrisponde il matrimonio monogamico. Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano. Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa.

Gesù Cristo - l’amore incarnato di Dio

12. Anche se finora abbiamo parlato prevalentemente dell’Antico Testamento, tuttavia l’intima compenetrazione dei due Testamenti come unica Scrittura della fede cristiana si è già resa visibile. La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti - un realismo inaudito. Già nell’Antico Testamento la novità biblica non consiste semplicemente in nozioni astratte, ma nell’agire imprevedibile e in certo senso inaudito di Dio. Questo agire di Dio acquista ora la sua forma drammatica nel fatto che, in Gesù Cristo, Dio stesso insegue la « pecorella smarrita », l’umanità sofferente e perduta. Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo - amore, questo, nella sua forma più radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ciò che è stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: « Dio è amore » (1 Gv 4, 8). È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l’amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.

13. A questo atto di offerta Gesù ha dato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia, durante l’Ultima Cena. Egli anticipa la sua morte e resurrezione donando già in quell’ora ai suoi discepoli nel pane e nel vino se stesso, il suo corpo e il suo sangue come nuova manna (cfr Gv 6, 31-33). Se il mondo antico aveva sognato che, in fondo, vero cibo dell’uomo - ciò di cui egli come uomo vive - fosse il Logos, la sapienza eterna, adesso questo Logos è diventato veramente per noi nutrimento - come amore. L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione. L’immagine del matrimonio tra Dio e Israele diventa realtà in un modo prima inconcepibile: ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue, diventa unione. La « mistica » del Sacramento che si fonda nell’abbassamento di Dio verso di noi è di ben altra portata e conduce ben più in alto di quanto qualsiasi mistico innalzamento dell’uomo potrebbe realizzare.

14. Ora però c’è da far attenzione ad un altro aspetto: la « mistica » del Sacramento ha un carattere sociale, perché nella comunione sacramentale io vengo unito al Signore come tutti gli altri comunicanti: « Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane », dice san Paolo (1 Cor 10, 17). L’unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l’unità con tutti i cristiani. Diventiamo « un solo corpo », fusi insieme in un’unica esistenza. Amore per Dio e amore per il prossimo sono ora veramente uniti: il Dio incarnato ci attrae tutti a sé. Da ciò si comprende come agape sia ora diventata anche un nome dell’Eucaristia: in essa l’agape di Dio viene a noi corporalmente per continuare il suo operare in noi e attraverso di noi. Solo a partire da questo fondamento cristologico-sacramentale si può capire correttamente l’insegnamento di Gesù sull’amore. Il passaggio che Egli fa fare dalla Legge e dai Profeti al duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo, la derivazione di tutta l’esistenza di fede dalla centralità di questo precetto, non è semplice morale che poi possa sussistere autonomamente accanto alla fede in Cristo e alla sua riattualizzazione nel Sacramento: fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel « culto » stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’ Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente - come dovremo ancora considerare in modo più dettagliato - il « comandamento » dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere « comandato » perché prima è donato.

15. È a partire da questo principio che devono essere comprese anche le grandi parabole di Gesù. Il ricco epulone (cfr Lc 16, 19-31) implora dal luogo della dannazione che i suoi fratelli vengano informati su ciò che succede a colui che ha disinvoltamente ignorato il povero in necessità. Gesù raccoglie per così dire tale grido di aiuto e se ne fa eco per metterci in guardia, per riportarci sulla retta via. La parabola del buon Samaritano (cfr Lc 10, 25-37) conduce soprattutto a due importanti chiarificazioni. Mentre il concetto di « prossimo » era riferito, fino ad allora, essenzialmente ai connazionali e agli stranieri che si erano stanziati nella terra d’Israele e quindi alla comunità solidale di un paese e di un popolo, adesso questo limite viene abolito. Chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio prossimo. Il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all’espressione di un amore generico ed astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico qui ed ora. Rimane compito della Chiesa interpretare sempre di nuovo questo collegamento tra lontananza e vicinanza in vista della vita pratica dei suoi membri. Infine, occorre qui rammentare, in modo particolare, la grande parabola del Giudizio finale (cfr Mt 25, 31-46), in cui l’amore diviene il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana. Gesù si identifica con i bisognosi: affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati. « Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25, 40). Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù incontriamo Dio.

Amore di Dio e amore del prossimo

16. Dopo aver riflettuto sull’essenza dell’amore e sul suo significato nella fede biblica, rimane una duplice domanda circa il nostro atteggiamento: è veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? E: l’amore si può comandare? Contro il duplice comandamento dell’amore esiste la duplice obiezione, che risuona in queste domande. Nessuno ha mai visto Dio - come potremmo amarlo? E inoltre: l’amore non si può comandare; è in definitiva un sentimento che può esserci o non esserci, ma che non può essere creato dalla volontà. La Scrittura sembra avallare la prima obiezione quando afferma: « Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1 Gv 4, 20). Ma questo testo non esclude affatto l’amore di Dio come qualcosa di impossibile; al contrario, nell’intero contesto della Prima Lettera di Giovanni ora citata, tale amore viene richiesto esplicitamente. Viene sottolineato il collegamento inscindibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente che l’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo o addirittura lo odia. Il versetto giovanneo si deve interpretare piuttosto nel senso che l’amore per il prossimo è una strada per incontrare anche Dio e che il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio.

17. In effetti, nessuno ha mai visto Dio così come Egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile. Dio ci ha amati per primo, dice la Lettera di Giovanni citata (cfr 4, 10) e questo amore di Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto visibile in quanto Egli « ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4, 9). Dio si è fatto visibile: in Gesù noi possiamo vedere il Padre (cfr Gv 14, 9). Di fatto esiste una molteplice visibilità di Dio. Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci - fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l’azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente. Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro - attraverso uomini nei quali Egli traspare; attraverso la sua Parola, nei Sacramenti, specialmente nell’Eucaristia. Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l’amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l’amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l’amore anche in noi.

Nello sviluppo di questo incontro si rivela con chiarezza che l’amore non è soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore. Abbiamo all’inizio parlato del processo delle purificazioni e delle maturazioni, attraverso le quali l’eros diventa pienamente se stesso, diventa amore nel pieno significato della parola. È proprio della maturità dell’amore coinvolgere tutte le potenzialità dell’uomo ed includere, per così dire, l’uomo nella sua interezza. L’incontro con le manifestazioni visibili dell’amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall’esperienza dell’essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostro intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai « concluso » e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle[9] - volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell’amore: il diventare l’uno simile all’altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d’amore tra Dio e l’uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall’esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all’esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso.[10] Allora cresce l’abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal 73 [72], 23-28).

18. Si rivela così possibile l’amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell’apparenza esteriore dell’altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno. Qui si mostra l’interazione necessaria tra amore di Dio e amore del prossimo, di cui la Prima Lettera di Giovanni parla con tanta insistenza. Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente « pio » e compiere i miei « doveri religiosi », allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio. Allora questo rapporto è soltanto « corretto », ma senza amore. Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, a mostrargli amore, mi rende sensibile anche di fronte a Dio. Solo il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come Egli mi ama. I santi - pensiamo ad esempio alla beata Teresa di Calcutta - hanno attinto la loro capacità di amare il prossimo, in modo sempre nuovo, dal loro incontro col Signore eucaristico e, reciprocamente questo incontro ha acquisito il suo realismo e la sua profondità proprio nel loro servizio agli altri. Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore preveniente di Dio che ci ha amati per primo. Così non si tratta più di un « comandamento » dall’esterno che ci impone l’impossibile, bensì di un’esperienza dell’amore donata dall’interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è « divino » perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia « tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).

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Dogmatica

CAPITOLO II

IL POPOLO DI DIO

Nuova alleanza e nuovo popolo

9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità.

Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e figura di quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere attuata per mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo… Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l’imprimerò; essi mi avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo… Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore » (Ger 31,31-34). Cristo istituì questo nuovo patto cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo… Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.

Come già l’Israele secondo la carne peregrinante nel deserto viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18); è il Cristo infatti che l’ha acquistata col suo sangue (cfr. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l’unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica [15]. Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.

Il sacerdozio comune dei fedeli

10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo « un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo » (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo [16]. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia [17], ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.

Il sacerdozio comune esercitato nei sacramenti

11. Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa [18]. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera [19], come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi [20] con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata.

Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui; allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera. Con la sacra unzione degli infermi e la preghiera dei sacerdoti, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Gc 5,14-16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo (cfr. Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire così al bene del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i fedeli che vengono insigniti dell’ordine sacro sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa colla parola e la grazia di Dio. E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.

Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d’una tale grandezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste.

Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio

12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici » [22] mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.

Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma « distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: « A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio » (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. Non bisogna però chiedere imprudentemente i doni straordinari, né sperare da essi con presunzione i frutti del lavoro apostolico. Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5,12 e 19-21).

L’unico popolo di Dio è universale

13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).

In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra » [23]. Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui [24].

In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità. Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità [25], tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l’unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell’Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).

Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.

I fedeli cattolici

14. Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore» [26]. Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati [27].

I catecumeni che per impulso dello Spirito Santo desiderano ed espressamente vogliono essere incorporati alla Chiesa, vengono ad essa congiunti da questo stesso desiderio, e la madre Chiesa li avvolge come già suoi con il proprio amore e con le proprie cure.

I cristiani non cattolici e la Chiesa

15. La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro [28]. Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra Scrittura come norma di fede e di vita, manifestano un sincero zelo religioso, credono amorosamente in Dio Padre onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore [29], sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di Dio [30]. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi, una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera con la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie e ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore [31]. E per ottenere questo la madre Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare, esortando i figli a purificarsi e rinnovarsi perché l’immagine di Cristo risplenda più chiara sul volto della Chiesa.

I non cristiani e la Chiesa

16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio [32]. In primo luogo quel popolo al quale furono-dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non e neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 1,7,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [33]. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo [34] e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore che dice: « Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni.

Carattere missionario della Chiesa

17. Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo » (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l’ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l’adempimento sino all’ultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell’apostolo: « Guai… a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e continuino a loro volta l’opera di evangelizzazione. È spinta infatti dallo Spirito Santo a cooperare perché sia compiuto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio della salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la Chiesa dispone coloro che l’ascoltano a credere e a professare la fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù dell’errore e li incorpora a Cristo per crescere in lui mediante la carità finché sia raggiunta la pienezza. Procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo. Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di disseminare, per quanto gli è possibile, la fede [35]. Ma se ognuno può conferire il battesimo ai credenti, è tuttavia ufficio del sacerdote di completare l’edificazione del corpo col sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio per mezzo del profeta: « Da dove sorge il sole fin dove tramonta, grande è il mio Nome tra le genti e in ogni luogo si offre al mio Nome un sacrificio e un’offerta pura » [36]. Così la Chiesa unisce preghiera e lavoro, affinché il mondo intero in tutto il suo essere sia trasformato in popolo di Dio, corpo mistico di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo, centro di tutte le cose, sia reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre dell’universo.

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Elenco dei Maestri Templari

CAPITOLO II

IL POPOLO DI DIO

Nuova alleanza e nuovo popolo

9. In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia (cfr. At 10,35). Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità.

Scelse quindi per sé il popolo israelita, stabilì con lui un’alleanza e lo formò lentamente, manifestando nella sua storia se stesso e i suoi disegni e santificandolo per sé. Tutto questo però avvenne in preparazione e figura di quella nuova e perfetta alleanza da farsi in Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere attuata per mezzo del Verbo stesso di Dio fattosi uomo. « Ecco venir giorni (parola del Signore) nei quali io stringerò con Israele e con Giuda un patto nuovo… Porrò la mia legge nei loro cuori e nelle loro menti l’imprimerò; essi mi avranno per Dio ed io li avrò per il mio popolo… Tutti essi, piccoli e grandi, mi riconosceranno, dice il Signore » (Ger 31,31-34). Cristo istituì questo nuovo patto cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1 Cor 11,25), chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni, perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno incorruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr. 1 Pt 1,23), non dalla carne ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr. Gv 3,5-6), costituiscono « una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo… Quello che un tempo non era neppure popolo, ora invece è popolo di Dio » (1 Pt 2,9-10).

Questo popolo messianico ha per capo Cristo « dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione » (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr. Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra (cfr. Col 3,4) e « anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio » (Rm 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.

Come già l’Israele secondo la carne peregrinante nel deserto viene chiamato Chiesa di Dio (Dt 23,1 ss.), così il nuovo Israele dell’era presente, che cammina alla ricerca della città futura e permanente (cfr. Eb 13,14), si chiama pure Chiesa di Cristo (cfr. Mt 16,18); è il Cristo infatti che l’ha acquistata col suo sangue (cfr. At 20,28), riempita del suo Spirito e fornita di mezzi adatti per l’unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia agli occhi di tutti e di ciascuno, il sacramento visibile di questa unità salvifica [15]. Dovendosi essa estendere a tutta la terra, entra nella storia degli uomini, benché allo stesso tempo trascenda i tempi e i confini dei popoli, e nel suo cammino attraverso le tentazioni e le tribolazioni è sostenuta dalla forza della grazia di Dio che le è stata promessa dal Signore, affinché per la umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà ma permanga degna sposa del suo Signore, e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la croce giunga alla luce che non conosce tramonto.

Il sacerdozio comune dei fedeli

10. Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cfr. Eb 5,1-5), fece del nuovo popolo « un regno e sacerdoti per il Dio e il Padre suo » (Ap 1,6; cfr. 5,9-10). Infatti per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui, che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce (cfr. 1 Pt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cfr. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr. 1 Pt 3,15) Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo [16]. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia [17], ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.

Il sacerdozio comune esercitato nei sacramenti

11. Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa [18]. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera [19], come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi [20] con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata.

Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui; allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera. Con la sacra unzione degli infermi e la preghiera dei sacerdoti, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi (cfr. Gc 5,14-16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo (cfr. Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire così al bene del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i fedeli che vengono insigniti dell’ordine sacro sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa colla parola e la grazia di Dio. E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio [21]. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale.

Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e d’una tale grandezza, tutti i fedeli d’ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste.

Il senso della fede e i carismi nel popolo di Dio

12. Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cfr. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, (cfr. 1 Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando « dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici » [22] mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cfr. 1 Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cfr. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita.

Inoltre lo Spirito Santo non si limita a santificare e a guidare il popolo di Dio per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, e ad adornarlo di virtù, ma « distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui » (1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa secondo quelle parole: « A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio » (1 Cor 12,7). E questi carismi, dai più straordinari a quelli più semplici e più largamente diffusi, siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione. Non bisogna però chiedere imprudentemente i doni straordinari, né sperare da essi con presunzione i frutti del lavoro apostolico. Il giudizio sulla loro genuinità e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5,12 e 19-21).

L’unico popolo di Dio è universale

13. Tutti gli uomini sono chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle infine radunare insieme i suoi figli dispersi (cfr. Gv 11,52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr. Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti e singoli i credenti è principio di associazione e di unità, nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr. At 2,42).

In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E infatti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra » [23]. Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr. Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (cfr. Sal 2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr. Sal 71 (72),10; Is 60,4-7). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui [24].

In virtù di questa cattolicità, le singole parti portano i propri doni alle altre parti e a tutta la Chiesa, in modo che il tutto e le singole parti si accrescono per uno scambio mutuo universale e per uno sforzo comune verso la pienezza nell’unità. Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di funzioni diverse. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli. Così pure esistono legittimamente in seno alla comunione della Chiesa, le Chiese particolari, con proprie tradizioni, rimanendo però integro il primato della cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale di carità [25], tutela le varietà legittime e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non pregiudichi l’unità, ma piuttosto la serva. E infine ne derivano, tra le diverse parti della Chiesa, vincoli di intima comunione circa i tesori spirituali, gli operai apostolici e le risorse materiali. I membri del popolo di Dio sono chiamati infatti a condividere i beni e anche alle singole Chiese si applicano le parole dell’Apostolo: « Da bravi amministratori della multiforme grazia di Dio, ognuno di voi metta a servizio degli altri il dono che ha ricevuto» (1 Pt 4,10).

Tutti gli uomini sono quindi chiamati a questa cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza.

I fedeli cattolici

14. Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore» [26]. Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati [27].

I catecumeni che per impulso dello Spirito Santo desiderano ed espressamente vogliono essere incorporati alla Chiesa, vengono ad essa congiunti da questo stesso desiderio, e la madre Chiesa li avvolge come già suoi con il proprio amore e con le proprie cure.

I cristiani non cattolici e la Chiesa

15. La Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta con coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano, ma non professano integralmente la fede o non conservano l’unità di comunione sotto il successore di Pietro [28]. Ci sono infatti molti che hanno in onore la sacra Scrittura come norma di fede e di vita, manifestano un sincero zelo religioso, credono amorosamente in Dio Padre onnipotente e in Cristo, figlio di Dio e salvatore [29], sono segnati dal battesimo, col quale vengono congiunti con Cristo, anzi riconoscono e accettano nelle proprie Chiese o comunità ecclesiali anche altri sacramenti. Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla vergine Madre di Dio [30]. A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali; anzi, una certa vera unione nello Spirito Santo, poiché anche in loro egli opera con la sua virtù santificante per mezzo di doni e grazie e ha dato ad alcuni la forza di giungere fino allo spargimento del sangue. Così lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore [31]. E per ottenere questo la madre Chiesa non cessa di pregare, sperare e operare, esortando i figli a purificarsi e rinnovarsi perché l’immagine di Cristo risplenda più chiara sul volto della Chiesa.

I non cristiani e la Chiesa

16. Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch’essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio [32]. In primo luogo quel popolo al quale furono-dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne (cfr. Rm 9,4-5), popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (cfr. Rm 11,28-29). Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale. Dio non e neppure lontano dagli altri che cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini, poiché egli dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa (cfr At 1,7,25-26), e come Salvatore vuole che tutti gli uomini si salvino (cfr. 1 Tm 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna [33]. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta. Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo [34] e come dato da colui che illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita. Ma molto spesso gli uomini, ingannati dal maligno, hanno errato nei loro ragionamenti e hanno scambiato la verità divina con la menzogna, servendo la creatura piuttosto che il Creatore (cfr. Rm 1,21 e 25), oppure, vivendo e morendo senza Dio in questo mondo, sono esposti alla disperazione finale. Perciò la Chiesa per promuovere la gloria di Dio e la salute di tutti costoro, memore del comando del Signore che dice: « Predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15), mette ogni cura nell’incoraggiare e sostenere le missioni.

Carattere missionario della Chiesa

17. Come infatti il Figlio è stato mandato dal Padre, così ha mandato egli stesso gli apostoli (cfr. Gv 20,21) dicendo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo » (Mt 28,18-20). E questo solenne comando di Cristo di annunziare la verità salvifica, la Chiesa l’ha ricevuto dagli apostoli per proseguirne l’adempimento sino all’ultimo confine della terra (cfr. At 1,8). Essa fa quindi sue le parole dell’apostolo: « Guai… a me se non predicassi! » (l Cor 9,16) e continua a mandare araldi del Vangelo, fino a che le nuove Chiese siano pienamente costituite e continuino a loro volta l’opera di evangelizzazione. È spinta infatti dallo Spirito Santo a cooperare perché sia compiuto il piano di Dio, il quale ha costituito Cristo principio della salvezza per il mondo intero. Predicando il Vangelo, la Chiesa dispone coloro che l’ascoltano a credere e a professare la fede, li dispone al battesimo, li toglie dalla schiavitù dell’errore e li incorpora a Cristo per crescere in lui mediante la carità finché sia raggiunta la pienezza. Procura poi che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo. Ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di disseminare, per quanto gli è possibile, la fede [35]. Ma se ognuno può conferire il battesimo ai credenti, è tuttavia ufficio del sacerdote di completare l’edificazione del corpo col sacrificio eucaristico, adempiendo le parole dette da Dio per mezzo del profeta: « Da dove sorge il sole fin dove tramonta, grande è il mio Nome tra le genti e in ogni luogo si offre al mio Nome un sacrificio e un’offerta pura » [36]. Così la Chiesa unisce preghiera e lavoro, affinché il mondo intero in tutto il suo essere sia trasformato in popolo di Dio, corpo mistico di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e in Cristo, centro di tutte le cose, sia reso ogni onore e gloria al Creatore e Padre dell’universo.

La diaspora templare

Nel 1970, i Gran Priori che non riconoscono l’autorità di de Sousa Fontes, si incontrano a Parigi per un Capitolo Generale teso a ricostituire l’Ordine, impropriamente dilaniato dall’usurpazione portoghese. Il Gran Priore di Francia, Maresciallo Conte Anton Zdrojewski (già Gran Priore Generale per l’Europa e, a suo dire, capo della Resistenza polacca nella Francia occupata e, dopo il 1945, Ministro del Governo polacco in esilio) viene proclamato 49° Gran Maestro dell’Ordine. Zdrojewski riorganizza l’ubbidienza templare: ad ogni Gran Priorato viene riconosciuta la propria autonomia in modo da poter corrispondere alle aspirazioni profonde delle diverse nazionalità che compongono l’Ordine. Alla sua morte, avvenuta nel 1989, gli succede George Lamirand che guida l’Ordine fino al 4 febbraio 1994, data della sua dipartita.

Nello stesso anno, De Sousa Fontes dichiara nullo il Capitolo di Parigi e convoca un proprio Capitolo Generale, che si svolge in tre diverse sessioni (a Parigi, a Chicago ed a Tomar) e che vede la partecipazione della maggior parte dei Gran Priorati, sempre alla ricerca di una soluzione non traumatica del problema del vertice. Al successivo Capitolo di Chicago (Illinois) negli USA, nel 1971, si approvano numerose ed importanti Risoluzioni: l’Ordine deve essere cristiano, universale e non limitato ad alcuna nazionalità o lingua, il latino è dichiarato lingua ufficiale e si autorizza la ricerca di un membro di una casa reale per assumere il ruolo di Gran Maestro. Il 25 settembre 1983, in un Convento Internazionale dell’Ordine, si decide l’ammissione delle donne all’Ordine, in qualità di Dame templari.

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L’Ordine del Tempio dopo il XVIII secolo

Restaurati i Borboni, Luigi XVIII pone i Templari sotto la propria regale protezione, temendo la possibile influenza politica di alcuni gruppi, oppositori della restaurata monarchia. Più tardi, i Templari francesi appoggiano i moti insurrezionali del 1830 contro Carlo X che minaccia il ritorno dell’assolutismo, così come l’insurrezione belga contro il dominio olandese degli Orange-Nassau, rivolta che si concluderà con l’indipendenza del Belgio nel 1831.

Il 18 febbraio 1838 muore Fabré-Palaprat ed il 29 maggio dello stesso anno la Reggenza dell’Ordine viene affidata al cattolico Conte de Morèton ed il Capitolo Generale nomina una nuova Commissione Esecutiva. Poiché gli Statuti del 1705 risultano “corrotti” nel periodo di Fabré-Palaprat, viene approvato un nuovo documento che “rinnova le tradizioni cavalleresche e l’ubbidienza alla Chiesa cattolica”.

L’11 febbraio 1841, a Parigi, i Templari prendono una decisione molto importante: i Cristiani di qualunque confessione possono far parte dell’Ordine la cui religione ufficiale resta, però, quella apostolica, cattolica romana. Con legge del 28 luglio 1848 l’Assemblea Costituente francese vieta l’attività di tutti gli Ordini e di tutte le associazioni ma, cambiato nuovamente il clima politico, con il Secondo Impero, Napoleone III, nel 1850, concede il proprio riconoscimento ai Templari. Con Decreto del 13 giugno 1853 l’Imperatore li autorizza a portare in pubblico le insegne dell’Ordine e, nel 1857, il Reggente de Valleray restaura l’uso della croce patriarcale.

In Francia, la Gran Maestranza viene assunta, nel 1892, dal poeta e scrittore decadente Joseph Aimé Péladan, considerato, tra l’altro, il fondatore della kabbalistica Rosacroce e del magismo. L’11 novembre 1894, si tiene a Bruxelles un Convento Generale nel corso del quale si decide la costituzione di una Segreteria Internazionale dei Templari.

Non vi parteciparono i Templari inglesi che, nel frattempo, il 24 gennaio di quell’anno, confermarono come Gran Maestro Edoardo VII, Re d’Inghilterra ed Imperatore delle Indie. Ma il trasferimento della sede templare in Inghilterra non piacque all’insieme dei Templari. Morto Edoardo VII nel 1910, gli subentra, come Gran Maestro, Guglielmo II, Imperatore di Germania. Allo scoppio della prima guerra mondiale Guglielmo II si dimette, per ragioni di opportunità, dalla carica di Gran Maestro.

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L’Ordine dopo la sospensione papale

Per quanto riguarda la presunta sopravvivenza segreta dell’Ordine, fa parte della tradizione templare l’idea che l’ultimo Maestro dell’antico Ordine, Jacques de Molay, avrebbe affidato i propri poteri ad un Cavaliere, Jean-Marc Larménius (o de l’Armenie), il quale avrebbe redatto una Charta (la cosiddetta Charta di Larménius) che sarebbe stata successivamente firmata dai Maestri segreti succeduti nel tempo. Di qui verrebbe la legittimazione storica della sopravvivenza dell’Ordine fino a quando, nel marzo del 1705, il nipote di Luigi XIV, Philippe, Duca d’Orléans (più tardi Reggente del Regno di Francia e, probabilmente di simpatie gianseniste) dichiara di “succedere” a Jacques-Henry de Durfort come Maestro del Tempio e pone fine all’esistenza “segreta” dei Templari, convocando a Versailles, l’11 aprile, un Capitolo Generale che adotta nuovi Statuti e che riconosce il Duca come Gran Maestro. Viene, altresì, diffusa la Charta Transmissionis di Larmenius, redatta in lettere cifrate, ulteriore comprova della sopravvivenza dei Templari dopo il 1314.

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Il vero inizio dell’Ordine

Alcuni storici moderni rifiutano la data 1118 e sostengono che le origini dei Cavalieri sono precedenti. Basandosi su elementi non completamente probanti, fanno notare che è proprio Guglielmo di Tiro a riportare che il conte d’Angiò, padre di Goffredo Plantageneto, sarebbe entrato nell’Ordine nel 1120 (appena due anni dopo la nascita ufficiale) e che, nel 1124, vi sarebbe entrato anche il Conte di Champagne, titolare di uno dei più ricchi potentati d’Europa. Guglielmo di Tiro, però, afferma anche che, rispetto ai nove originari, non vi furono nuovi Cavalieri prima del 1127. Ne consegue un’ovvia confusione sulla data precisa per la fondazione dell’Ordine e sull’iniziale esistenza di solo nove Cavalieri per nove anni. Se, come sembra certo, il conte di Angiò fu ammesso nel 1120 e per nove anni l’Ordine non ammise nuovi membri, allora la data reale della fondazione dell’Ordine non può che risalire al 1111 o, al più tardi, al 1112.

A supporto di questa tesi esiste anche una lettera del 1114 del Vescovo di Chartres (morto nell’anno successivo), diretta al Conte di Champagne in procinto di partire per la Terrasanta, in cui il Vescovo gli scrive: “… abbiamo appreso che … prima di partire per Gerusalemme avete fatto voto di entrare nella MILICE DU CHRIST, che desiderate arruolarvi in questo esercito evangelico,” utilizzando la dizione allora in uso per indicare i Templari, in riferimento alla professione del voto di castità, non richiesta ai Crociati semplici.

La possibilità di una data precedente al 1118 viene anche supportata da altri atti storici che tessono le connessioni fra l’Ordine di Sion, fondato da Goffredo di Buglione possibilmente già nel 1090, e quindi nove anni prima della conquista di Gerusalemme, e l’ordine Templare. La sede ufficiale dell’Ordine di Sion sarebbe stata l’abbazia di Nostra Signora del Monte di Sion a Gerusalemme. L’abbazia, inizialmente abitata da un capitolo di canonici agostiniani, sarebbe diventata la sede dei Cavalieri dell’Ordine di Nostra Signora di Sion in epoca imprecisata.  Gli atti del 19 luglio 1116 e del 2 maggio 1125, che riportano il nome ed il sigillo di uno dei Priori dell’Ordine di Sion assieme a quelli di Hughes de Payns, primo Maestro del Tempio, lasciano supporre chiari legami fra i due Ordini inizialmente co-operativi al punto che i Cavalieri del Tempio potrebbero essere la filiazione armata dell’Ordine di Sion.

Dopo il 1314, l’Ordine sopravvive con denominazioni differenti in vari Paesi, più o meno alla luce del sole, a seconda del potere esercitato dalla Chiesa in quei territori e della relativa acquiescenza a quest’ultimo da parte dei vari Sovrani.

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Le origini

Alcuni storici moderni rifiutano la data 1118 e sostengono che le origini dei Cavalieri sono precedenti. Basandosi su elementi non completamente probanti, fanno notare che è proprio Guglielmo di Tiro a riportare che il conte d’Angiò, padre di Goffredo Plantageneto, sarebbe entrato nell’Ordine nel 1120 (appena due anni dopo la nascita ufficiale) e che, nel 1124, vi sarebbe entrato anche il Conte di Champagne, titolare di uno dei più ricchi potentati d’Europa. Guglielmo di Tiro, però, afferma anche che, rispetto ai nove originari, non vi furono nuovi Cavalieri prima del 1127. Ne consegue un’ovvia confusione sulla data precisa per la fondazione dell’Ordine e sull’iniziale esistenza di solo nove Cavalieri per nove anni. Se, come sembra certo, il conte di Angiò fu ammesso nel 1120 e per nove anni l’Ordine non ammise nuovi membri, allora la data reale della fondazione dell’Ordine non può che risalire al 1111 o, al più tardi, al 1112.

A supporto di questa tesi esiste anche una lettera del 1114 del Vescovo di Chartres (morto nell’anno successivo), diretta al Conte di Champagne in procinto di partire per la Terrasanta, in cui il Vescovo gli scrive: “… abbiamo appreso che … prima di partire per Gerusalemme avete fatto voto di entrare nella MILICE DU CHRIST, che desiderate arruolarvi in questo esercito evangelico,” utilizzando la dizione allora in uso per indicare i Templari, in riferimento alla professione del voto di castità, non richiesta ai Crociati semplici.

La possibilità di una data precedente al 1118 viene anche supportata da altri atti storici che tessono le connessioni fra l’Ordine di Sion, fondato da Goffredo di Buglione possibilmente già nel 1090, e quindi nove anni prima della conquista di Gerusalemme, e l’ordine Templare. La sede ufficiale dell’Ordine di Sion sarebbe stata l’abbazia di Nostra Signora del Monte di Sion a Gerusalemme. L’abbazia, inizialmente abitata da un capitolo di canonici agostiniani, sarebbe diventata la sede dei Cavalieri dell’Ordine di Nostra Signora di Sion in epoca imprecisata.  Gli atti del 19 luglio 1116 e del 2 maggio 1125, che riportano il nome ed il sigillo di uno dei Priori dell’Ordine di Sion assieme a quelli di Hughes de Payns, primo Maestro del Tempio, lasciano supporre chiari legami fra i due Ordini inizialmente co-operativi al punto che i Cavalieri del Tempio potrebbero essere la filiazione armata dell’Ordine di Sion.

Dopo il 1314, l’Ordine sopravvive con denominazioni differenti in vari Paesi, più o meno alla luce del sole, a seconda del potere esercitato dalla Chiesa in quei territori e della relativa acquiescenza a quest’ultimo da parte dei vari Sovrani.

U.N.I.T.A.U.

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

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Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

San Bernardo di Chiaravalle

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Immagini dal Calendario

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Domande e risposte

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Gioielli Templari

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Commende e Precettorie

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Gran Balivato Magna Graecia

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Priorato Generale

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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O.S.M.T.H.U.

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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News Zenit

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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News OSMTHU

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Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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News ANSA

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Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

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Biblioteca e Archivi

12082010255.jpg Il cammino intrapreso dall'UNITAU, verso l’unità, il 24 Giugno 2005 ha visto il compimento della prima fase con la partecipazione delle componenti OSMTJ-OSMTHU e NMC (Nova Militiza Christi, guardiani di pace) alla 714° Celebrazione della Perdonanza Celestiniana avvenuta il 29 agosto 2008 scorso all’Aquila.

Ut unum sint… così il Venerato Pontefice Giovanni Paolo II iniziava, nel 1995, la Lettera Enciclica sull’unità dei Cristiani, ancor più noi Cavalieri Cristiani del Tempio vogliamo e dobbiamo aspirare all’unità di quanti si rifanno alla spiritualità di San Bernardo da Chiaravalle e che professano di voler essere al fianco della Chiesa di Roma per riscoprire i valori sopiti con il triplice impegno templare: Spirituale, Militare e Cognitivo.

Impegno espresso dal sigillo dell’Ordine: i due cavalieri, infatti, rappresentano la dualità dell’ordine spirituale e militare, e il terzo elemento, da molti sconosciuto, il cavallo che rappresenta nel simbolismo templare il percorso cognitivo dell’intelletto umano sul quale cavalcano veloci fede e valore.

I cavalieri del tempio erano frati, guerrieri e sopratutto padroni del sapere scientifico, riuscendo a coniugare a tal punto le triplice anima che la Chiesa affidò all’Ordine storico la validazione e raccolta della Reliquie Maggiori, ovvero quelle testimonianze che ebbero un diretto contatto con il la Storia della Redenzione, ne ricordiamo alcune: la Sacra Sindone, le reliquie della Croce e delle Passione di Cristo (chiodi, spine e la Vera Icona del lino che asciugò il volto di Cristo sulla via del Calvario) il capo di Sant’Andrea, fratello di Simone detto Chefa, Pietro, e poi la casa di Maria dove ricevette l’annuncio, trasportata dai cavalieri a Loreto, la lancia di Longino che trafisse il Costato di Nostro Signore, la Coppa dell’Ultima Cena o di Giuseppe di Arimatea che raccolse, secondo la tradizione, il sangue del Costato del Redentore.

Tutti i cavalieri elevano preghiere e formulano auspici affinché, con l’intercessione di Nostra Signora del Tempio, la Beata sempre Vergine Maria e dei nostri Santi Protettori, si giunga presto all’unità.
 

Capitoli

Le decisioni importanti dei Cavalieri, prese dai Capitoli, ossia da decisioni comunitarie,  filtrate attraverso l’ascolto e l’accoglimento delle istanze emergenti e dal dialogo fraterno, tendevano alla perfezione dell’individuo, al miglioramento del tenore di vita e alla soluzione ottimale dei problemi in discussione.

Ai Capitoli di natura organizzativa corrispondevano anche  Capitoli formativi e  Capitoli di investitura.

I primi sono di ovvia comprensione, il Capitolo di investitura invece, richiede qualche notizia esplicativa.

L’investitura è la cerimonia solenne con la quale si diventa cavaliere secondo una linea ideale di continuità cavalleresca.

Dopo il congruo periodo di preparazione, il postulante ufficialmente riceve il titolo, il mantello, le insegne, perché possa distinguersi esteriormente dagli altri che, nell’Ordine, non hanno la stessa caratteristica.

Ma poiché all’aspetto esteriore deve corrispondere l’interno, al segno deve corrispondere il significato, un’apposita celebrazione che ripete quella dell’iniziazione agli ordini religiosi, viene solennemente celebrata con una speciale ritualità.

Le norme per la cerimonia d’investitura sono contenute nei libri liturgici della Chiesa Cattolica e nel Pontificale Romano.

La cerimonia d’investitura è preceduta dalla veglia d’armi: nell’incertezza dell’esito della battaglia, nell’incombente pericolo di vita, il Cavaliere si preparava con la preghiera, il digiuno e la meditazione ad affrontare le difficoltà che quotidianamente si incontravano.

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Spiritualità

Le decisioni importanti dei Cavalieri, prese dai Capitoli, ossia da decisioni comunitarie,  filtrate attraverso l’ascolto e l’accoglimento delle istanze emergenti e dal dialogo fraterno, tendevano alla perfezione dell’individuo, al miglioramento del tenore di vita e alla soluzione ottimale dei problemi in discussione.

Ai Capitoli di natura organizzativa corrispondevano anche  Capitoli formativi e  Capitoli di investitura.

I primi sono di ovvia comprensione, il Capitolo di investitura invece, richiede qualche notizia esplicativa.

L’investitura è la cerimonia solenne con la quale si diventa cavaliere secondo una linea ideale di continuità cavalleresca.

Dopo il congruo periodo di preparazione, il postulante ufficialmente riceve il titolo, il mantello, le insegne, perché possa distinguersi esteriormente dagli altri che, nell’Ordine, non hanno la stessa caratteristica.

Ma poiché all’aspetto esteriore deve corrispondere l’interno, al segno deve corrispondere il significato, un’apposita celebrazione che ripete quella dell’iniziazione agli ordini religiosi, viene solennemente celebrata con una speciale ritualità.

Le norme per la cerimonia d’investitura sono contenute nei libri liturgici della Chiesa Cattolica e nel Pontificale Romano.

La cerimonia d’investitura è preceduta dalla veglia d’armi: nell’incertezza dell’esito della battaglia, nell’incombente pericolo di vita, il Cavaliere si preparava con la preghiera, il digiuno e la meditazione ad affrontare le difficoltà che quotidianamente si incontravano.

Sede Diplomatica in Italia

Le decisioni importanti dei Cavalieri, prese dai Capitoli, ossia da decisioni comunitarie,  filtrate attraverso l’ascolto e l’accoglimento delle istanze emergenti e dal dialogo fraterno, tendevano alla perfezione dell’individuo, al miglioramento del tenore di vita e alla soluzione ottimale dei problemi in discussione.

Ai Capitoli di natura organizzativa corrispondevano anche  Capitoli formativi e  Capitoli di investitura.

I primi sono di ovvia comprensione, il Capitolo di investitura invece, richiede qualche notizia esplicativa.

L’investitura è la cerimonia solenne con la quale si diventa cavaliere secondo una linea ideale di continuità cavalleresca.

Dopo il congruo periodo di preparazione, il postulante ufficialmente riceve il titolo, il mantello, le insegne, perché possa distinguersi esteriormente dagli altri che, nell’Ordine, non hanno la stessa caratteristica.

Ma poiché all’aspetto esteriore deve corrispondere l’interno, al segno deve corrispondere il significato, un’apposita celebrazione che ripete quella dell’iniziazione agli ordini religiosi, viene solennemente celebrata con una speciale ritualità.

Le norme per la cerimonia d’investitura sono contenute nei libri liturgici della Chiesa Cattolica e nel Pontificale Romano.

La cerimonia d’investitura è preceduta dalla veglia d’armi: nell’incertezza dell’esito della battaglia, nell’incombente pericolo di vita, il Cavaliere si preparava con la preghiera, il digiuno e la meditazione ad affrontare le difficoltà che quotidianamente si incontravano.

Governo

L’OSMTJ in Italia è governato dal:

Priorato Generale

I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

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L’Ordine in Italia

L’OSMTJ in Italia è governato dal:

Priorato Generale

I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

La Pergamena di Chinon

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Priorato Generale

I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

Bolla della Perdonanza - Celestino V

L’OSMTJ in Italia è governato dal:

Priorato Generale

I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

Opera Omnia

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Priorato Generale

I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

Festività Templari

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I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

Ruoli Templari

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I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

La Storia dell’Ordine

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I fratelli dell’O.S.M.T.J., nella continuità storica dell’Ordine e, dopo il decreto n. 67.07 del 5 ottobre 1993, si riconoscono cronologicamente discendenti di Giuseppe Bagnai, primo Priore d’Italia.

Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.

O.S.M.T.J.

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Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

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Galleria Eventi

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I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

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Missione

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Ciò è asseverato dall’atto pubblico del notaio Aricò Luigi, del 16 giugno 1996 rep. 23471, registrato in Firenze il 5.7.1996; anche il logo e le relative applicazioni sono coperte dall’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

I successori di Bagnai in ordine di tempo sono stati Antonio Paris, eletto poi Maestro Mondiale dell’OSMTHU e Filippo Rosario Tomarchio, dimissionario; dal 27.10.2005, onde evitare la vacatio istituzionale, l’Ordine è stato affidato a un Comitato di reggenza formato dal Maestro Mondiale (non esecutivo) e dai fratelli Gennaro Luigi Nappo e Riccardo Vittorio Rossi, in qualità di membri esecutivi.

Priore GeneraleNel rispetto delle Regole e degli Statuti, data la improcrastinabilità del mantenimento del periodo di reggenza, a causa delle dimissioni del Rossi, l’Assemblea dei fratelli legittimamente costituita, procede alla discussione di un ordine del giorno, già concordato antecedentemente con Antonio Paris, e all’elezione del fratello Pariante Raffaele a Priore Generale d’Italia.

Dopo ampie ed articolate discussioni si addiviene alle diverse delibere contenute nel Verbale dell’Assemblea del 22.06.06. Tale verbale, ineccepibile per contenuto e forma, è coperto dal crisma della legalità.